“Signorina? Signorina! Si Fermi! Mi scusi!”
Ti giri e sai che non avresti dovuto farlo. Un tizio trafelato con valigetta e volantini ti intercetta e ti stoppa come un passaggio a una partita di calcio. Siamo davanti al Flatiron building e tutto quello che voglio dalla vita in quel momento é procacciarmi del pranzo.
“Signorina…le piace andare dal parrucchiere? Che ne dice di un bel makeover in uno dei nostri nuovi saloni?” Fa il tipo.
“Ma io veramente non avrei proprio – “
“Ma lei non ha capito ancora quale offerta io voglio farle! Guardi qui,” e apre il volantino. “Guardi. Un makeover facciale completo: scrub, trattamento antiacne, maschera antirughe, PIU’ taglio, piega, asciugatura! Quanto costa tutto un trattamento simile, me lo sa dire? – comunque, belle scarpe!”
“Ehm, grazie.”
“Lo sa? No che non lo sa! Perché nessuna giovane abitante di New York come lei, magari studentessa, spenderebbe tutti questi soldi. Io le offro tutto questo al prezzo di 60 dollari anziché 250! Non é splendido? Dia un’occhiata!”
Lo fisso negli occhi e prendo il volantino sperando, in cuor mio, che questa persona venga pagata in proporzione agli insulti che si prende ogni giorno. Mi fingo interessata al volantino e lo lascio sproloquiare, posando gli occhi sulla sezione in cui si richiede il numero della carta di credito. Purtroppo, ogni cittadino semi intelligente sa che: 1) MAI lasciare cose quali numeri di carta, di telefono, indirizzi et similia a gente per strada; 2) Un salone che ha bisogno di tutta questa esaltante pubblicitá non é detto che sia una garanzia.
Glielo restituisco con un sorriso e un dolce “Grazie, non mi interessa!” Lui mi guarda con occhi assatanati.
“Ma no, signorina! Lei non capisce quello che si perde! Dove sta andando? Aspetta! GUARDA QUI CRETINA! IO DEVO LAVORARE! SIGNORINAAAAA!”
*
Fuori dalla fermata di casa, davanti a Sephora. C’é questo nugolo di ragazzi che sembrano rappresentanti dell’ArciGay. Cerco di dribblarli passando dietro a una signora, ma uno dei tizi, un bel ragazzo di colore con una turtleneck attillata grigia – una delle cose meno eterosessuali che abbia mai visto in vita mia, mi intercetta e mi prende per una spalla.
“OH-OH – ma che bella ragazza che abbiamo qui! Senti, Tesoro, non é ora di pensare a un bel restyling per la tua acconciatura? E – cavolo, belle scarpe!”
“Grazie, adoro le Oxford.”
“Hai gusto! A maggior ragione, non posso lasciare andare una bella ragazza come te senza questa favolosa offerta! Sai?” Si piega verso di me e sussurra. “E’ solo per og-gi!”
E alla fine della frase ti immagini ci sia un cuoricino.
Lo fisso. Questo da smontare sará difficile. Continua a parlare scuotendo il sedere e sventolando le mani e io mi immagino cuoricini che gli svolazzano intorno tipo my little pony.
Mollami. Voglio solo prendermi un hot dog. Tutto quello che chiedo da questa giornata é arrivare a casa con il mio hot dog. Un bell’hot dog da un dollaro con tutto il coleslaw sopra. Yummmm.
Alla fine mi salva la storia della carta di credito. “Non ti do un soldo,” gli dico, e fuggo via tra le sue urla.
Il piú persistente: a Penn Station, alle sette dis era, ora di punta: un tizio cicciotto, decisamente poco elegante, ma piú convinto di tutti gli altri. C’era una partita dei Lakers a Madison Square Garden e in stazione non si passava. Tuttavia la prescelta, tra tutta quelle gente, sono proprio io. Ma mi sento ispirata e decido di lasciarlo parlare. Passano dieci minuti in cui lui esalta miracolosi trattamenti all’avocado, eliminazione totale di punti neri e smagliature e capelli che se scuoti la testa fanno swoosh. io annuisco e sorrido. Li ho contati, dieci minuti senza quasi prendere respiro.
“E insomma ha capito?” Ansima alla fine tipo ippopotamo. “Vuole provare? Ma si che vuole provare! Basterá riempire questo modulo!”
“Ma scusi,” obietto io, “Perché devo firmare per forza questo coso? Non posso venire direttamente in salone con il coupon?”
La domanda ovvia distrugge tutti.
“Eh ma no, ma perché, ma come sarebbe a dire, ma serve solo una firmetta, ma suvvia.”
“Lei si rende conto che ci troviamo a New York, sí?”
“Ma certo, e allora…?”
“Arrivederci!”
“Ehi, aspetti! DOVE CREDE DI ANDARE!!! TORNI QUI! LEI E’ UNA CRETINA A LASCIARSI SFUGGIRE UN’OFFERTA SIMILE!”
Gli faccio un cenno con la mano e mi dileguo tra la folla. Lui mi guarda andare via, deluso.
“…E comunque, belle scarpe!”
NB: Ci tengo a puntualizzare che tutto questo é successo davvero. Due di questi signori mi hanno fermata nella stessa giornata e tutti hanno usato la scusa delle scarpe. Persino uno al supermercato, mentre metteva in ordine gli yogurt, mi ha fermato per dirmi che erano belle. Belle scarpe e capelli di merda? Non lo sapremo mai.
Visualizzazione post con etichetta New York. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta New York. Mostra tutti i post
martedì 13 marzo 2012
mercoledì 22 febbraio 2012
Manhattan Moms alla brioche Perdue (da Sarabeth's, NY)
Sarabeth’s East, tra Madison e la 92esima, é uno dei paradisi piú vicini a casa mia. Se non fosse che in paradiso un brunch a base di brioche perdue non puó costare quattordici dollari, Sarabeth Levine potrebbe ben guadagnarsi una poltrona tra le sante. Il suo é un ristorantino dal soffitto neoclassico, legno scuro, pareti giallino chiaro e divanetti tappezzati di stoffa a fiori. Accanto a noi, due signore dal sedere flaccido in scarpe da trekking della Manhattan-bene trangugiano insalata convinte che I condimenti non abbiano calorie e parlano di rifiniture casalinghe e arrangiamenti di tendine. All’altro lato vi é una mamma col figlio al seguito, quale figlio ha dei fogli in mano, gli occhi pieni di aspettativa e forse sedici o diciassette anni. Appena il tempo di sedersi e la madre subito aggredisce il figlio a proposito di quei fogli, che si rivelano essere un compito scolastico. La povera creatura, la quale aveva negli occhi la certezza di poter dimostrare alla madre che alla sua etá é quantomeno in grado di cambiarsi le mutande da solo, comincia il suo discorso ma viene subito interrotto. Un pezzo di aspettativa nei suoi occhi si spegne, morendo sul piatto a base di pollo portato da una cameriera invisibile. La madre insiste, e si tuffa in un mare di ‘se’ e ‘ma’ e ‘avresti potuto’ che pugnalano la luce negli occhi del figlio, sempre piú chino sul suo piatto. Non andava bene, non andava bene affatto. I tuoi sforzi non sono stati sufficienti. La manhattan mom, manager della vita del figlio, ha sempre ragione. Sempre.
Lo vede giá adulto, lei: Mio figlio, futuro laureato della Ivy League, avvocato – o medico, non importa, basta che il suo guadagno annuale raggiunga un numero a sei cifre. Mio figlio, stella del firmamento di Manhattan, regalerá a me e alla sua futura moglie gioielli e cioccolatini per natale e mi ringrazierá, salutandomi con un bacio sulla guancia. Porterá trench Burberry. Questo compito é un primo passo verso quel futuro a scacchi. Un impermeabile sopra il quale se ne mette un altro, per non sporcarlo mai.
“Ma mamma, io credo che…” ci riprova. La mamma ribatte e l’aspettativa del figlio crolla definitivamente, come un soufflé mal riuscito. Il piatto di pollo rimane a metá, e vi si posano sopra gli occhi. I nostri sguardi, il mio e del figlio, si incrociano. Io alzo il sopracciglio e lui sospira, quasi impercettibilmente, prima di ritornare con lo sguardo sulla madre che parla, parla, parla. Io, dall’alto della mia brioche perdue/French toast non riesco a smettere di guardarlo. Vorrei dirglielo, che lui é suo figlio ma non il suo essere umano. Vorrei urlarlo. Ma a sedici anni la paura di fallire é immensa, e davanti a quella madre, nel corso del tempo, non fará che peggiorare. I suoi sguardi di aspettativa sfioriranno uno dopo l’altro, facendo cadere I loro petali su un piatto costoso.
Ordinano il conto. é stato un pranzo veloce.
Ogni volta che sono a Rimini mi (dis)piace pensare a quanti ingegneri, dottori o architetti mancati ci sono dietro I banconi dei bar, dietro le cucine degli alberghi, dietro scrivanie che non pagano I loro sforzi, rimasti per amore di casa propria. Allo stesso modo quando sono a Manhattan mi chiedo quanti appassionati idraulici, pasticceri o camerieri ci sono nascosti dentro gli uffici, rimasti per amore della propria madre. É un pensiero malinconico, a vedersi negli occhi di questo ragazzo, occhi che sono belli. É questo, un frammento di quella bellezza triste, quel wabi sabi giapponese che cosí spesso si scorge nella realtá quotidiana, se solo ci si guarda un attimo in giro. Ma non tanto per l’idraulico o l’avvocato, perché nessuno puó arrogarsi il giudizio di un mestiere. É proprio il sapersi fuori posto, lontani da ció che si é. Una lontanaza, quella da sé stessi, malinconica come la nostalgia per un amante. Il genitore che ci tiene lontani da chi non gli piace, anche se quel qualcuno che non gli piace sono proprio i figli.
La bellezza triste degli occhi di un giovane che cerca il proprio pezzo di anima da accoppiare alla sua parte giusta e magari non lo troverá mai.
Il conto é pagato e I due si alzano per andare via. Il ragazzo, prima di guadagnare l’uscita, mi lancia un’altra occhiata. Io, in quel momento di sguardi, vorrei dirgli: ma lo sai, tu, che sulle madri come le tue l’America costruisce torri di Xanax per annichilire le ansie? Lo sai che esiste un tipo di amore all’antidepressivo, anche se, indubbiamente, quella madre ti ama come tutte le altre madri? Lo sai che, nonostante l’amore incondizionato, ci sono genitori che non hanno a cuore la felicitá dei figli, ma solo perché nemmeno la loro ha mai importato tanto? É questa, forse, la cosa piú triste. Le Manhattan Moms mietono centinaia di vittime, ma non lo sapranno mai. E tu, tu lo sai?
‘Lo so’, sembra rispondermi lui, e, con una parvenza meravigliosa e pacata di un mezzo sorriso, si dilegua dietro l’ombra della madre.
Sarabeth's é un caposaldo tra le 'Bakeries' di New York. Certo, costa un po', ma sedersi in uno dei suoi ristoranti a mangiare i suoi favolosi dolci é a parer mio un'esperienza da provare almeno una volta. E' particolarmente famosa per le sue conserve e i suoi biscotti, ma anche la mia brioche perdue era favolosa. Potendo, é meglio evitare il weekend se volete pranzare o fare un brunch, trovereste molta fila.
Senza contare che il packaging e la grafica legata al marchio é stata eseguita da Louise Fili, immensa agenzia di New York specializzata in grafica per cibi e ristoranti:
venerdì 17 febbraio 2012
Vorrei dare risposte Zen
Fuori da un negozio dell’86esima c’era una ragazza che offriva dei ‘samples’ di una pappa d’avena con mirtilli e cannella. C’era una bambina che la mangiava con un sorriso mite, senza rispondere alla madre che le chiedeva se le piaceva. La ragazza fermó me e prima di me un signore, che osservava l’ultima coppetta con aria curiosa. Lo prenda lei, gli faccio, ma lui no no, si figuri signorina, lo prenda lei, ci mancherebbe. Sicuro? Si si, sicuro.
Lo assaggiai ed era una schifezza. Avrei voluto dirglielo, a quella ragazza, quando mi ha chiesto se mi piacesse: guarda, senza offesa alcuna, ma questa roba fa schifo. Ma quanta America c’é qui dentro? É qualcosa che ti ricorda l’infanzia, a te? Io non ho mai mangiato avena in vita mia. Per me non significa niente. A me non piace, ma a te?
Allora ci ripensavo, alla risposta che non ho saputo dare a quella ragazza – perché pur di non cadere nella trappola della rispostina ‘é interessante’ che é una risposta da pirla, ho preferito stare zitta e sorridere. Ripensavo a tutte le risposte in cui un milione di cose vorrebbero venire fuori e si ammassano tutte in gola come una mucchia di gente che cerca di passare attraverso una porta, e alla fine non passa nessuno tranne quello piú piccolo - il nano, riuscito a sgusciare via tra le gambe delle risposte grosse. Come quando in un negozio di scarpe non hanno il tuo numero e la commessa risponde ‘mi é rimasto solo il 40’. E allora? Cosa rispondi quando chiedi un 37 e ti dicono che gli é rimasto il 40? É un’affermazione che non chiede una risposta, é solo un intercalare inutile per nascondere la delusione. A quel punto immagino gente che porta il 39 e trova sempre le scarpe. Immagino gente alla quale piace il pappone d’avena e non si trova in imbarazzo nel cercare una risposta.
Ma dev’esserci un modo di rispondere pacato, un modo di rispondere elegante, che non permetta a tutta quella mucchia alla porta di uscire in’un’accozzaglia di rabbia che non risolve nulla. Una risposta zen, quasi giapponese, direi. Una risposta che esce dalla porta dell’animo come una geisha che trascina I piedini in silenzio. Qualcosa di pieno di grazia, come Hemingway parlava del morire in ‘Mezzanotte a Parigi’ di Allen. Con grazia.
Cosí, dev’esserci una risposta elegante e dignitosa da dare a un Monti che mi dice che il posto fisso é noioso e non si troverá piú. Dev’esserci anche una risposta elegante da dare a Sanremo, ai vestiti della Belen, che é bellissima ma assolutamente priva di eleganza, come un regalo costoso fatto senza cura e messo su un mobile in salotto. E allora penso a figli che faranno gli avvocati nell’ufficio del padre quando avrebbero potuto essere pregevoli letterati, dottori o falegnami, penso ai sessantenni impiegati al comune da quando ne avevano 17. Penso a un bravissimo illustratore che per un periodo fu mio insegnante e al quale bastó il diploma di maestro d’arte per insegnare. Poi penso all’eleganza che non deriva dagli spacchi nelle gonne, tipo il fascino di Siobhan O’Riordan. E, quando tutto quello che sembra voler uscire é un’ondata di bestemmie e di vaffanculo che si ammassano contro quella porta in gola, alla fine esce solo il piú piccolo e insignificante, un ‘ma vaffanculo’ timido e sfigato, quasi nerd.
Io vorrei invece trovare una risposta zen. una risposta per non incazzarmi e sputare bile. Una risposta che, soprattutto, non implichi l’andare via con un sorrisino falso.
Ripensandoci, peró, l’unica cosa da dire avrei voluto dirla al signore che guardava la coppetta con aria curiosa, ovvero: “Tranquillo. Non si é perso niente.”
EDIT: poi ti sovvengono le notizie del tipo che la Rai vuole mettere il canone a computer e iPhone. Per cose del genere di risposte eleganti da dare mi sa che non ce ne sono. O, almeno, non credo di essere a un livello di illuminazione tale da trovarne. Se qualcuno ne trova, prego mi illumini, che concludere con un vaffa mi sembra comunque poco fine.
Lo assaggiai ed era una schifezza. Avrei voluto dirglielo, a quella ragazza, quando mi ha chiesto se mi piacesse: guarda, senza offesa alcuna, ma questa roba fa schifo. Ma quanta America c’é qui dentro? É qualcosa che ti ricorda l’infanzia, a te? Io non ho mai mangiato avena in vita mia. Per me non significa niente. A me non piace, ma a te?
Allora ci ripensavo, alla risposta che non ho saputo dare a quella ragazza – perché pur di non cadere nella trappola della rispostina ‘é interessante’ che é una risposta da pirla, ho preferito stare zitta e sorridere. Ripensavo a tutte le risposte in cui un milione di cose vorrebbero venire fuori e si ammassano tutte in gola come una mucchia di gente che cerca di passare attraverso una porta, e alla fine non passa nessuno tranne quello piú piccolo - il nano, riuscito a sgusciare via tra le gambe delle risposte grosse. Come quando in un negozio di scarpe non hanno il tuo numero e la commessa risponde ‘mi é rimasto solo il 40’. E allora? Cosa rispondi quando chiedi un 37 e ti dicono che gli é rimasto il 40? É un’affermazione che non chiede una risposta, é solo un intercalare inutile per nascondere la delusione. A quel punto immagino gente che porta il 39 e trova sempre le scarpe. Immagino gente alla quale piace il pappone d’avena e non si trova in imbarazzo nel cercare una risposta.
Ma dev’esserci un modo di rispondere pacato, un modo di rispondere elegante, che non permetta a tutta quella mucchia alla porta di uscire in’un’accozzaglia di rabbia che non risolve nulla. Una risposta zen, quasi giapponese, direi. Una risposta che esce dalla porta dell’animo come una geisha che trascina I piedini in silenzio. Qualcosa di pieno di grazia, come Hemingway parlava del morire in ‘Mezzanotte a Parigi’ di Allen. Con grazia.
Cosí, dev’esserci una risposta elegante e dignitosa da dare a un Monti che mi dice che il posto fisso é noioso e non si troverá piú. Dev’esserci anche una risposta elegante da dare a Sanremo, ai vestiti della Belen, che é bellissima ma assolutamente priva di eleganza, come un regalo costoso fatto senza cura e messo su un mobile in salotto. E allora penso a figli che faranno gli avvocati nell’ufficio del padre quando avrebbero potuto essere pregevoli letterati, dottori o falegnami, penso ai sessantenni impiegati al comune da quando ne avevano 17. Penso a un bravissimo illustratore che per un periodo fu mio insegnante e al quale bastó il diploma di maestro d’arte per insegnare. Poi penso all’eleganza che non deriva dagli spacchi nelle gonne, tipo il fascino di Siobhan O’Riordan. E, quando tutto quello che sembra voler uscire é un’ondata di bestemmie e di vaffanculo che si ammassano contro quella porta in gola, alla fine esce solo il piú piccolo e insignificante, un ‘ma vaffanculo’ timido e sfigato, quasi nerd.
Io vorrei invece trovare una risposta zen. una risposta per non incazzarmi e sputare bile. Una risposta che, soprattutto, non implichi l’andare via con un sorrisino falso.
Ripensandoci, peró, l’unica cosa da dire avrei voluto dirla al signore che guardava la coppetta con aria curiosa, ovvero: “Tranquillo. Non si é perso niente.”
EDIT: poi ti sovvengono le notizie del tipo che la Rai vuole mettere il canone a computer e iPhone. Per cose del genere di risposte eleganti da dare mi sa che non ce ne sono. O, almeno, non credo di essere a un livello di illuminazione tale da trovarne. Se qualcuno ne trova, prego mi illumini, che concludere con un vaffa mi sembra comunque poco fine.
giovedì 9 febbraio 2012
Di Essere Italiani e di essere Italiani all'estero
Quella mattina la notizia me l’ha data il Capo dell’ufficio. Io non so perché proprio quella mattina non mi fossi interessata a cosa stesse succedendo oltreoceano, fatto sta che non avevo aperto né un qualche giornale italiano né il NY Times. Ma quel giorno alle 9 di New York in Italia erano le 3, e il patatrac era giá successo. Sicché arriva il capo e mi fa:
“Oh, Valentina! Ma ci credi? Berlusconi si é ritirato! Ma ci credi, oh?! RI-TI-RA-TO! Cioé é pazzesco! Non era nemmeno bastato lo scandalo del puttanaio di festini con Ruby, ma si vede che un po’ si é vergognato e finalmente ha ceduto la poltrona!”
Parole testuali del Capo, che é anche la stessa persona che un paio di settimane prima aveva detto:
“Non posso credere che l’Italia sia una Democrazia e che allo stesso tempo al governo ci sia Berlusconi.”
Con questa frase innocentemente crudele il Capo ci ha riuniti tutti sotto la stessa tenda.
Mi sono sentita come se lí, seduta sui divanetti bianchi dell’ufficio, lui avesse preso e mi avesse disegnato in mezzo alla faccia una bella riga nera con un pennarello, a mo’ di faccia da culo. Una bella riga che mi dá come a intendere una insinuazione, come se nel grande rimpiattino europeo di fine anno, mentre fingevano di giocare tutti se ne fossero andati e avessero lasciato a noi l’onere di finire il gioco del sapone, per chinarci a novanta a raccogliere la proverbiale saponetta.
Io, a New York, ci sono venuta in maniera molto ingenua, forse senza ritrovarmi troppo nella cosa dello stereotipo italiano perché nessuno capiva che io appartengo allo Stivale. Poi rispondendo ai vari ‘di dove sei?’ venivano fuori domande, commenti e affermazioni che per certi versi facevano visualizzare l’italia come un grande sud sul quale regnava incontrastato il Berlusca con corona e scettro. Se ne parlava con un filo di divertimento, di questo paese che affascina e che gesticola. Agli Americani l’italia piace, non si sa di preciso se per la sua cultura o se perché é cosí divertente da prendere in giro. Tra italoamericani di terza generazione che magari vogliono sentire parlare con nostalgia di un paese che alla lontana gli appartiene ma che non hanno mia visto, tra gourmands italianofili e appassionati del pittoresco si finiva comunque spesso e volentieri a parlare di Italia.
Ecco quindi le 5 cose che maggiormente mi hanno detto, a New York, sul tema italia:
1) “TATA-RAAAA-TATA-TAAAATATTATTATATTARAAA! (sulle note di una celebre musica napoletana)
2) “io ADORO la cucina italiana! Ma il Chicken Parmesan é un piatto italiano?”
3) “Ma non vi fa incazzare che Berlusconi si paghi le puttane con I vostri soldi?”
4) “Io ho un parente/amico/cugino/zio/sorella/amico che ha studiato/vissuto/ a Roma/Firenze/Venezia e non voleva tornare piú a casa!
5) “Ma…tu lo guardi Jersey Shore?”
E le mie personalissime risposte sono state:
1) “Ma anche no.”
2) “No, il Chicken Parmesan NON é un piatto italiano. E, tanto per la cronaca, non credo di aver mai visto un italiano mettere del pollo sulla pizza.”
3) “Si, ci fa incazzare, ma quello che ci fa incazzare ancora di piú é che le testate italiane abbiano pubblicato la metá delle notizie sui vari casi italiani rispetto al NY Times.”
4) “Eh, l’italia é splendida…se poi vuoi farci le vacanze, figuriamoci! Devi vedere Amalfi, la Puglia, ma anche tutta la Toscana e le montagne…eeeh!” *Risposta da immigrato pirla*
5) “no, non guardo Jersey Shore/sí, guardo Jersey Shore e ci tengo a puntualizzare che I Guidos sono una cosa unicamente Americana. Giuro.” *poker face*
NB: Questa cosa di Jersey Shore ci ho messo un po’ a capirla. Non l’avevo mai guardato e in seguito, dopo varie spiegazioni, ho ricevuto l’illuminazione. Sono stata una volta nel New Jersey, in un ristorante italiano (Americano) e mi hanno chiesto “Come contorno al piatto principale vuole la pasta o l’insalata?”
Mi ci sono voluti 5 secondi per rispondere, ma ho superato il trauma con stoico coraggio.
Parole testuali del Capo, che é anche la stessa persona che un paio di settimane prima aveva detto:
“Non posso credere che l’Italia sia una Democrazia e che allo stesso tempo al governo ci sia Berlusconi.”
Con questa frase innocentemente crudele il Capo ci ha riuniti tutti sotto la stessa tenda.
Mi sono sentita come se lí, seduta sui divanetti bianchi dell’ufficio, lui avesse preso e mi avesse disegnato in mezzo alla faccia una bella riga nera con un pennarello, a mo’ di faccia da culo. Una bella riga che mi dá come a intendere una insinuazione, come se nel grande rimpiattino europeo di fine anno, mentre fingevano di giocare tutti se ne fossero andati e avessero lasciato a noi l’onere di finire il gioco del sapone, per chinarci a novanta a raccogliere la proverbiale saponetta.
Io, a New York, ci sono venuta in maniera molto ingenua, forse senza ritrovarmi troppo nella cosa dello stereotipo italiano perché nessuno capiva che io appartengo allo Stivale. Poi rispondendo ai vari ‘di dove sei?’ venivano fuori domande, commenti e affermazioni che per certi versi facevano visualizzare l’italia come un grande sud sul quale regnava incontrastato il Berlusca con corona e scettro. Se ne parlava con un filo di divertimento, di questo paese che affascina e che gesticola. Agli Americani l’italia piace, non si sa di preciso se per la sua cultura o se perché é cosí divertente da prendere in giro. Tra italoamericani di terza generazione che magari vogliono sentire parlare con nostalgia di un paese che alla lontana gli appartiene ma che non hanno mia visto, tra gourmands italianofili e appassionati del pittoresco si finiva comunque spesso e volentieri a parlare di Italia.
Ecco quindi le 5 cose che maggiormente mi hanno detto, a New York, sul tema italia:
1) “TATA-RAAAA-TATA-TAAAATATTATTATATTARAAA! (sulle note di una celebre musica napoletana)
2) “io ADORO la cucina italiana! Ma il Chicken Parmesan é un piatto italiano?”
3) “Ma non vi fa incazzare che Berlusconi si paghi le puttane con I vostri soldi?”
4) “Io ho un parente/amico/cugino/zio/sorella/amico che ha studiato/vissuto/ a Roma/Firenze/Venezia e non voleva tornare piú a casa!
5) “Ma…tu lo guardi Jersey Shore?”
E le mie personalissime risposte sono state:
1) “Ma anche no.”
2) “No, il Chicken Parmesan NON é un piatto italiano. E, tanto per la cronaca, non credo di aver mai visto un italiano mettere del pollo sulla pizza.”
3) “Si, ci fa incazzare, ma quello che ci fa incazzare ancora di piú é che le testate italiane abbiano pubblicato la metá delle notizie sui vari casi italiani rispetto al NY Times.”
4) “Eh, l’italia é splendida…se poi vuoi farci le vacanze, figuriamoci! Devi vedere Amalfi, la Puglia, ma anche tutta la Toscana e le montagne…eeeh!” *Risposta da immigrato pirla*
5) “no, non guardo Jersey Shore/sí, guardo Jersey Shore e ci tengo a puntualizzare che I Guidos sono una cosa unicamente Americana. Giuro.” *poker face*
NB: Questa cosa di Jersey Shore ci ho messo un po’ a capirla. Non l’avevo mai guardato e in seguito, dopo varie spiegazioni, ho ricevuto l’illuminazione. Sono stata una volta nel New Jersey, in un ristorante italiano (Americano) e mi hanno chiesto “Come contorno al piatto principale vuole la pasta o l’insalata?”
Mi ci sono voluti 5 secondi per rispondere, ma ho superato il trauma con stoico coraggio.
martedì 7 febbraio 2012
Sauce Newyorkaise
E al supermercato il peruviano che taglia I fiori ha una piccola TV che diffonde la voce di programmi in spagnolo, che guarda sempre mentre cura le piante. Taglia I fiori seguendo il ritmo della sia lingua, come se fosse musica. Porta un caschetto nostalgico e ridicolo che tutti immaginerebbero associato a un poncho. Forse é questo che vuol dire quel caschetto: effigie funebre di un poncho che non c’é piú.
Sono le tre e io tra poche ore devo andare al lavoro. Sul treno ci sará lo sporco di migliaia di persone e staremo attenti a non portarci le mani alla bocca dopo aver toccato le sbarre. Staremo attenti a non portarci le mani alla bocca dopo aver detto una stupidaggine per mascherarla. Puó succedere, perché la gente intorno qui ascolta quello che dici, ascoltano bene anche se non sembra. E capiscono. Ma sono disposti anche a perdonare, perché é dalla comprensione che deriva il perdono. A Manhattan sembra di non capire nulla, mentre dopo un po’ che ci sei dentro ti sembra di capire tutto. Sul treno ci saranno: le nere col sedere largo che affogano le loro abitudini in enormi frappuccini di Starbucks; I ventiduenni neolaureati che portano completi troppo larghi e sembrano bambini alla fine del martedí grasso, quando non vedi l’ora di togliere il costume, perché la vita sembra pesare sulla spalla sulla quale porti la borsa; Le donne in tailleur che nascondono in queste borse le scarpe col tacco, perché sul treno ci si deve muovere bene e veloce. Ma la metropolitana a fine giornata riporterá ognuno a casa propria, e questo é ogni giorno la nostra salvezza.
“Quando hai vissuto a New york e ne hai fatto la tua casa, nessun altro posto potrá essere abbastanza."
Iscriviti a:
Post (Atom)




